18 Marzo 2020

Danni da perdita della capacità lavorativa e di guadagno: oneri di allegazione e prova

Cass. Civ., sez. VI, ordinanza 13 febbraio 2020, n. 3541 (rel. Rossetti)
Il danno da riduzione della capacità di guadagno non è "in re ipsa" in relazione al grado di invalidità permanente residuato ad un infortunio, in quanto quest'ultimo è solo un indizio, di per sé non decisivo, dal quale il giudice di merito può ricavare in via indiretta l'effettiva esistenza di una compromissione della capacità di lavoro e di guadagno.
Un indizio, però, non necessariamente "grave" ai sensi dell'art. 2729 c.c., e la cui decisività va apprezzata con riferimento alle specificità del caso concreto: ed in particolare al lavoro svolto dalla vittima.
Non vi è, infatti, alcuna corrispondenza biunivoca tra entità del danno alla salute ed entità del danno patrimoniale da incapacità lavorativa che da quella lesione possa essere derivato. Lesioni anche minime, infatti, possono pregiudicare per sempre lo svolgimento dell'attività lavorativa (si pensi all'abbassamento del visus di 1/10 per un pilota di aerei di linea); così come, all'opposto, lesioni anche molto gravi possono risultare di fatto prive d'incidenza sull'attività di lavoro (si pensi alla perdita d'un arto inferiore per un notaio).
Pertanto è onere di colui il quale domanda il risarcimento del danno da incapacità lavorativa allegare e provare quale lavoro svolgesse al momento dell'infortunio; quale fosse il suo reddito; quale l'incidenza che i postumi hanno avuto sulla concreta gestualità lavorativa e sull'esecuzione del mansionario affidatogli.

Il triplo della pensione sociale (oggi, più correttamente, "assegno sociale" ex art. 3, comma 6, 1. 8.8.1995 n. 335) previsto dall'art. 137 cod. ass. non costituisce affatto una soglia minima di risarcimento, ma un criterio residuale di liquidazione del danno applicabile quando la persona infortunata non abbia un reddito, oppure abbia un reddito così esiguo, incostante o provvisorio, da lasciar presumere che in futuro quel reddito sarebbe certamente aumentato.
Si è stabilito, in particolare, che la liquidazione del danno patrimoniale da incapacità lavorativa, patito in conseguenza di un sinistro stradale da un soggetto percettore di reddito da lavoro, deve avvenire ponendo a base del calcolo il reddito effettivamente perduto dalla vittima, e non il triplo della pensione sociale. Il ricorso a tale ultimo criterio, ai sensi dell'art. 137 cod. ass., può essere consentito solo quando il giudice di merito accerti, con valutazione di fatto non sindacabile in sede di legittimità, che la vittima al momento dell'infortunio godeva sì un reddito, ma questo era talmente modesto o sporadico da rendere la vittima sostanzialmente equiparabile ad un disoccupato (Sez. 3 -, Ordinanza n. 25370 del 12/10/2018; Sez. 6 - 3, Ordinanza n. 8896 del 04/05/2016).

Il danno alla capacità lavorativa sofferto dai soggetti non percettori di reddito deve essereliquidato in misura non inferiore al triplo della pensione sociale. Non vuole, invece, affatto dire che la persona infortunata la quale, al momento dell’infortunio, avesse goduto d’un reddito inferiore al triplo della pensione sociale, abbia diritto al risarcimento in misura pari a quest’ultima; e tanto meno vuol dire che il risarcimento del danno spetti ope legis in misura pari al triplo della pensione sociale anche a chi non abbia minimamente assolto l’onere della prova.