04 novembre 2013

Danno esistenziale – Categoria indefinita e atipica

“Un danno biologico propriamente considerato – un danno cioè considerato non sotto il profilo eventista, ma conseguenzialista – non sarebbe legittimamente configurabile (sul piano risarcitorio, non ontologico) tutte le volte che la lesione (danno evento) non abbia procurato conseguenze dannose risarcibili al soggetto.”

In applicazione del suddetto principio, il Supremo Collegio ritiene che la rottura, da parte di un terzo, di un dente destinato di lì a poco ad essere estirpato dal dentista sia certamente una “lesione medicalmente accertabile”, ma, sussunta nella sfera del rilevante giuridico (id est, del rilevante risarcitorio), non sia anche lesione risarcibile, poiché nessuna conseguenza dannosa (anzi…), sul piano della salute, appare nella specie legittimamente predicabile (la medesima considerazione potrebbe svolgersi nel caso di frattura di un arto destinato ad essere frantumato nel medesimo modo dal medico ortopedico nell’ambito della specifica terapia ossea che attende di lì a poco il danneggiato)._x000d_
La mancanza di danno (conseguenza dannosa) biologico, in tali casi, non esclude, peraltro, in astratto, la configurabilità di un danno morale soggettivo (da sofferenza interiore) e di un possibile danno dinamico-relazionale, sia pur circoscritto nel tempo._x000d_
Queste considerazioni confermano la bontà di una lettura delle sentenze delle sezioni unite del 2008 condotta, prima ancora che secondo una logica interpretativa di tipo formale-induttivo, attraverso una ermeneutica di tipo induttivo che, dopo aver identificato l’indispensabile situazione soggettiva protetta a livello costituzionale (il rapporto familiare e parentale, l’onore, la reputazione, la libertà religiosa, il diritto di autodeterminazione al trattamento sanitario, quello all’ambiente, il diritto di libera espressione del proprio pensiero, il diritto di difesa, il diritto di associazione e di libertà religiosa, ecc.), consenta poi al giudice del merito una rigorosa analisi ed una conseguentemente rigorosa valutazione tanto dell’aspetto interiore del danno (la sofferenza morale) quanto del suo impatto modificativo in pejus con la vita quotidiana (il danno esistenziale)._x000d_
Una indiretta quanto significativa indicazione in tal senso potrebbe essere rinvenuta nel disposto dell’art. 612 bis c.p., che, sotto la rubrica “atti persecutori”, dispone che sia “punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura, ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva, ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”._x000d_
Sembrano efficacemente scolpiti, in questa disposizione di legge, per quanto destinata ad operare in un ristretto territorio del diritto penale, i due autentici momenti essenziali della sofferenza dell’individuo: il dolore interiore e la significativa alterazione della vita quotidiana._x000d_
Danni diversi e perciò solo entrambi autonomamente risarcibili, ma se e solo se rigorosamente provati caso per caso, al di là di sommarie ed impredicabili generalizzazioni (che anche il dolore più grave che la vita può infliggere, come la perdita di un figlio, può non avere alcuna conseguenza in termini di sofferenza interiore e di stravolgimento della propria vita esterna per un genitore che, quel figlio, aveva da tempo emotivamente cancellato, vivendo addirittura come una liberazione la sua scomparsa)._x000d_
Da qui, l’ipotesi formulata dalla Suprema Corte secondo cui “la categoria del danno esistenziale risulta essere indefinita e atipica. Ma ciò è la probabile conseguenza dell’essere la stessa dimensione della sofferenza umana, a sua volta, indefinita e atipica”.