Notificazione non conclusa positivamente per causa non imputabile al richiedente e richiesta di sua ripresa

Cass. Civ., Sez. I, ordinanza 18 ottobre 2018, n. 26296 (Rel. Sambito)

In tema di notificazioni degli atti processuali, qualora la notificazione dell'atto, da effettuarsi entro un termine perentorio, non si concluda positivamente per circostanze non imputabili al richiedente, questi ha la facoltà e l'onere - anche alla luce del principio della ragionevole durata del processo, atteso che la richiesta di un provvedimento giudiziale comporterebbe un allungamento dei tempi del giudizio - di richiedere all'ufficiale giudiziario la ripresa del procedimento notificatorio, e, ai fini del rispetto del termine, la conseguente notificazione avrà effetto dalla data iniziale di attivazione del procedimento, sempreché la ripresa del medesimo sia intervenuta entro un termine ragionevolmente contenuto, tenuti presenti i tempi necessari secondo la comune diligenza per conoscere l'esito negativo della notificazione e per assumere le informazioni ulteriori conseguentemente necessarie (Cass. S.U. n. 17352 del 2009; Cass. n. 586 del 2010; n. 586 del 2010; n.6846 del 2010; n.21154 del 2010; n. 26518 del 2011; n. 4842 del 2012; n. 18174 del 2012; n. 20830 del 2013), tempi che le SU di questa Corte, con sentenza n. 14594 del 2016 hanno precisato non poter superare il limite pari alla metà dei termini indicati dall'art. 325 c.p.c., salvo circostanze eccezionali di cui sia data prova rigorosa (Cass. n. 19059 del 2017; n. 11485 del 2018).

Ricorso per Cassazione: violazione dell’art. 2697 c.c.

Cass. Civ., Sez. VI, ordinanza 18 ottobre 2018, n. 26281 (Rel. Olivieri)

La violazione dell'art. 2697 c.c. si configura se il giudice di merito applica la regola di giudizio fondata sull'onere della prova in modo erroneo, cioè attribuendo l'onus probandi a una parte diversa da quella che ne era onerata secondo le regole di scomposizione della fattispecie basate sulla differenza fra fatti costituivi ed eccezioni, mentre detta violazione non si può ravvisare nella mera circostanza che il giudice abbia valutato le prove proposte dalle parti attribuendo maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre, essendo tale attività consentita dal paradigma dell'art. 116 c.p.c., che non a caso è rubricato alla "valutazione delle prove"...." (cfr. Cass., Sez. un., sentenza 5 agosto 2016, n. 16598, in motivazione paragr. § 14).

Incompetenza per territorio

Cass. Civ., Sez. VI, ordinanza 18 ottobre 2018, n. 26276 (Rel. Cigna)

In tema di competenza per territorio derogabile, il convenuto ha, ai sensi dell'art. 38 cod. proc. civ., l'onere di contestare nella comparsa di risposta tempestivamente depositata l'incompetenza per territorio del Giudice adito con riferimento a tutti i concorrenti criteri previsti dagli artt. 18, 19 e 20 cod. proc. civ., indicando specificamente, in relazione ai criteri medesimi, quale sia il Giudice che ritiene competente, senza che, verificatasi la suddetta decadenza o risultata comunque inefficace l'eccezione, il Giudice possa rilevare d'ufficio profili di incompetenza non proposti o supplire alla genericità o incompletezza dell'eccezione stessa, restando la competenza del giudice adito radicata in base al profilo non (o non efficacemente) contestato (Cass. n. 6380/2018; conf., tra le altre, Cass. n. 23328/2014 e n. 16136/2013); incompletezza della formulazione dell'eccezione controllabile, anche d'ufficio, dalla Corte di Cassazione in sede di regolamento di competenza (Cass. n. 6380/2018; Cass. n. 13202/2011; Cass. n. 11192/2010). Nel caso di specie, come evidenziato anche dal Tribunale nell'impugnata ordinanza nonché dal Procuratore Generale, l'eccezione d'incompetenza per territorio del Tribunale non è stata formulata in maniera completa, non essendo stata ritualmente contestata la competenza né con riferimento al criterio di collegamento di cui al "forum destinatae solutionis" (art. 20, seconda parte, c.p.c.) né a quello di cui al "giudice del luogo dove la persona giuridica ha uno stabilimento e un rappresentante a stare in giudizio per l'oggetto della domanda" (art. 19, comma 1, cpc).

Imposta di registro: la sentenza ex art. 2932 c.c. è soggetta all’imposta in misura proporzionale

Cass. Civ., Sez. VI, ordinanza 17 ottobre 2018, n. 26090 (Rel. Solaini)

In materia d'imposta di registro, la sentenza ex ad. 2932 c.c., che abbia disposto il trasferimento di un immobile in favore del promissario acquirente, subordinatamente al pagamento del corrispettivo pattuito, è soggetta ad imposta proporzionale e non in misura fissa, anche se ancora soggetta ad impugnazione, trovando applicazione l'art. 27 del d.P.R. n. 13 del 1986, alla stregua del quale non sono considerati sottoposti a condizione sospensiva gli atti i cui effetti dipendano, in virtù di condizione meramente potestativa, dalla mera volontà dell'acquirente, nella specie dall'iniziativa unilaterale del promittente acquirente (Cass. nn. 18006/16, 14470/18, 3806/17, 21625/2015, 16818/2014, 8544/2014, 6116/2011, 11780/2008, 4627/2003, contra Cass. n. 24514/15, non in termini, in quanto, si riferisce a condizione sospensiva non potestativa, mentre, il diverso orientamento di cui Cass. n. 9097/2012 e Cass, ordinanza n. 18180/2013 è isolato e superato). Nel caso di specie, i giudici d'appello hanno "malgovernato" i principi regolatori della materia, in quanto l'art. 27 comma 3 del DPR n. 131 cit., non considera, ai fini fiscali, sottoposti a condizione sospensiva gli atti che fanno dipendere l'avveramento degli effetti della predetta condizione, dalla mera volontà dell'acquirente o del creditore (nel caso di specie, dall'iniziativa unilaterale del promittente acquirente), infatti, la condizione del pagamento del saldo, non rileva ai fini tributari, in quanto, essendo lasciata all'autonomia dell'acquirente (che può decidere unilateralmente di non pagarlo, per ragioni di convenienza), dipende dalla sua mera volontà, e quindi, come disposto dall'art. 27 terzo comma del DPR n. 131 citato, ai fini tributari, tale trasferimento non è considerato sottoposto ad alcuna condizione.

Agevolazioni “prima casa” e acquisto di immobile in costruzione

Cass. Civ., Sez. VI, ordinanza 17 ottobre 2018, n. 26088 (Rel. Solaini)

In tema di agevolazioni tributarie, i benefici fiscali per l'acquisto della "prima casa", previsti dall'art. 1, sesto comma, della legge 22 aprile 1982, n. 168, e dall'art. 2, primo comma, del D.L. 7 febbraio 1985, n. 12 convertito, con modificazioni, nella legge 5 aprile 1985, n. 118, spettano pure all'acquirente di immobile in corso di costruzione, da destinare ad abitazione "non di lusso", anche se tali benefici possono essere conservati soltanto qualora la finalità dichiarata dal contribuente nell'atto di acquisto, di destinare l'immobile a propria abitazione, venga da questo realizzata entro il termine di decadenza del potere di accertamento dell'Ufficio in ordine alla sussistenza dei requisiti per fruire di tali benefici (che con riferimento all'imposta di registro è di tre anni dalla registrazione dell'atto).

Non esiste obbligo di instaurazione del contraddittorio prima dell’emissione dell’avviso di accertamento

Cass. Civ., Sez. VI, ordinanza 17 ottobre 2018, n. 26087 (Rel. Solaini)

Non esiste nel nostro ordinamento un obbligo generale d'instaurazione preventiva del contraddittorio con il contribuente prima dell'emissione dell'avviso d'accertamento, essendo tale obbligo circoscritto, per i tributi "non armonizzati" ai soli casi espressamente previsti (Cass. sez. un. n. 24823/15).

Adempimento del debito, da parte del coobbligato, dopo la dichiarazione di fallimento

Cass. Civ., Sez. I, sentenza 17 ottobre 2018, n. 26003 (Rel. De Marzo)

Il coobbligato, il quale intenda far valere, con l'ammissione al passivo, l'avvenuto pagamento successivo aIla dichiarazione di fallimento, deve dimostrare, ai sensi dell'art. 61, secondo comma, l. fall., il carattere integralmente satisfattivo delle ragioni ereditarie;

il principio di cristallizzazione della massa passiva (ossia della sostanziale immutabilità dell'insinuazione) rende irrilevante il pagamento parziale, ancorché quest'ultimo esaurisca l'obbligazione del solvens (per es., in caso di fideiussore parziale).

Concordato omologato e successiva dichiarazione di fallimento: il credito ammesso al fallimento è quello originario

Cass. Civ., Sez. I, sentenza 17 ottobre 2018, n. 26002 (Rel. Lamorgese)

Gli accordi stipulati nel piano di concordato preventivo omologato, non risolto né annullato, cui segua la dichiarazione di fallimento, non possono restare fermi e, dunque, il credito ammissibile al fallimento è quello originario (per l'intero) e non quello soggetto alla falcidia concordataria.

Risarcimento dei danni al proprietario trasportato che abbia affidato il veicolo a persona non abilitata alla guida

Cass. Civ., sez. III, ordinanza 12 ottobre 2018, n. 25391 (rel. F. Fiecconi)

Sia con riferimento ai principi sanciti dalla Corte di Cassazione in tema di concorso colposo della vittima nella determinazione del sinistro, sia con riferimento ai criteri d'interpretazione delle norme di derivazione europea sanciti dalla Corte di Giustizia, la statuizione di un giudice in ordine alla prevalenza assoluta della responsabilità del proprietario e/o alla inefficacia o inoperatività della polizza assicurativa per il proprietario trasportato, vittima del sinistro, ove abbia consentito la guida a un soggetto non abilitato, non risulta conforme ai principi di diritto che governano la materia dell'assicurazione obbligatoria per i veicoli a motori.

Un'eventuale cooperazione colposa del creditore al fatto illecito, non spezza il nesso eziologico rispetto al danno da lui subito. Pertanto, la cooperazione del trasportato allo scaturire dell'evento dannoso dalla condotta colposa del conducente della vettura (per esempio, non allacciandosi il trasportato le cinture di sicurezza: Cass. sez. 3, 11 marzo 2004 n. 4993) comporta esclusivamente una proporzionale riduzione dell'entità del risarcimento.
Inoltre, la cooperazione colposa nella determinazione del sinistro non può essere identificata, per così dire, preventivamente - ovvero quando il sinistro è ancora soltanto una mera eventualità - ad esempio nel salire su un veicolo condotto da una persona che il trasportato sa non essere in grado di fornire una guida adeguata, occorrendo invece un'attività del trasportato, una volta che il trasporto sia iniziato e quindi divenuto un fatto reale e attuale, la quale esplichi diretta incidenza causale sul concreto susseguente evento dannoso (v. Cass. sez. 3, 7 dicembre 2005 n. 27010). D'altronde, l'accettare che la guida del veicolo sia effettuata da un soggetto non idoneo non può intendersi come valida rinuncia ad ogni risarcimento dei danni, che potranno generarsi da tale guida, trattandosi di lesioni di diritti indisponibili (cfr. Cass. sez. 3, 11 marzo 2004 n. 4993 e Cass. sez III, sentenza n.14699/2016).

Calcolo del danno differenziale e del credito surrogatorio dell’Ente previdenziale

Cass. Civ., sez. VI, ordinanza 15 ottobre 2018, n. 25618 (rel. M. Rossetti)

Nel caso in cui la vittima di un fatto illecito abbia percepito un indennizzo dall'Inail, per stabilire se ed in che misura residui un credito risarcitorio del danneggiato nei confronti del terzo responsabile (il c.d. danno differenziale) occorre calcolare la differenza col criterio cd. 'per poste" (o "voci") di danno: vale a dire sottraendo l'indennizzo Inail dal credito risarcitorio solo quando l'uno e l'altro siano stati destinati a ristorare pregiudizi identici.
Così, ad esempio, occorrerà sottrarre l'indennizzo Inail erogato per il danno biologico permanente dal credito risarcitorio per lo stesso titolo; l'indennizzo Inail erogato per il danno alla capacità lavorativa dal credito risarcitorio per lo stesso titolo, e così via.
Corollari di questo metodo sono che:
(a) se per una voce di danno l'indennizzo Inail eccede il credito civilistico, nulla potrà pretendere per quel danno la vittima dal responsabile;
(b) se per una voce di danno l'indennizzo Inail eccede il credito civilistico, il responsabile non potrà pretendere che l'eventuale eccedenza sia riportata a defalco di altri crediti risarcitori della vittima (in tal senso si vedano Sez. 3, Sentenza n. 13222 del 26.6.2015; Sez. 6 - 3, Ordinanza n. 17407 del 30.8.2016; Sez. 1,, Sentenza n. 27669 del 21.11.2017).

Il calcolo del credito surrogatorio dell'Inail deve avvenire da un lato sommando (e rivalutando, trattandosi di obbligazione di valore) i ratei della rendita già corrisposti; dall'altro capitalizzando (cioè trasformando in un capitale) la rendita ancora da erogare, in rapporto alla speranza di vita del beneficiario.