Colpo di frusta: esclusi automatismi per liquidazione danno morale e danno esistenziale

Cass. Civ., sez. III, ordinanza 8 aprile 2020, n. 7753 (rel. Porreca)

Costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione del danno biologico - inteso, secondo la stessa definizione legislativa (artt. 138 e 139 c.a.p.), come danno che esplica incidenza sulla vita quotidiana del soggetto e sulle sue attività dinamico relazionali - e del danno cd. esistenziale, appartenendo tali "categorie" o "voci" di danno alla stessa area protetta dalla norma costituzionale (art. 32 Cost.), mentre una differente e autonoma valutazione andrà compiuta con riferimento alla sofferenza interiore patita dal soggetto in conseguenza della lesione del suo diritto alla salute (come oggi normativamente confermato dalla nuova formulazione dell'art. 138 del c.a.p., alla lettera e).
La liquidazione finalisticamente unitaria di tale danno (non diversamente da quella prevista per il pregiudizio patrimoniale, nella sua duplice e distinta accezione di danno emergente e di lucro cessante) avrà pertanto il significato di attribuire al soggetto una somma di danaro che tenga conto del pregiudizio complessivamente subìto tanto sotto l'aspetto della sofferenza interiore, quanto sotto quello dell'alterazione o modificazione peggiorativa della vita di relazione in ogni sua forma e considerata in ogni suo aspetto, senza ulteriori frammentazioni nominalistiche (Cass., 20/04/2016, n. 7766, Cass., 17/01/2018, n. 901, Cass., 27/03/2018, n. 7513).
Naturalmente, al pari delle personalizzazioni del danno biologico rispetto allo "standard" del punto d'invalidità, giustificabili in relazione a irripetibili singolarità dell'esperienza di vita individuale (cfr. Cass., n. 2788 del 2019), il danno da sofferenza morale dovrà essere allegato e provato specificatamente anche a mezzo di presunzioni ma senza che queste, eludendo gli oneri assertivi e probatori, si trasducano in automatismi che finiscano per determinare (anche) un'erronea sussunzione della fattispecie concreta in quella legale.

Danno da perdita del rapporto parentale (nonno-nipote): convivenza non indispensabile

Cass. Civ., sez. III, ordinanza 8 aprile 2020, n. 7743 (rel. Positano)

In caso di domanda di risarcimento del danno non patrimoniale "da uccisione", proposta "iure proprio" dai congiunti dell'ucciso, questi ultimi devono provare la effettività e la consistenza della relazione parentale, rispetto alla quale il rapporto di convivenza non assurge a connotato minimo di esistenza, ma può costituire elemento probatorio utile a dimostrarne l'ampiezza e la profondità, e ciò anche ove l'azione sia proposta dal nipote per la perdita del nonno; infatti, non essendo condivisibile limitare la "società naturale", cui fa riferimento l'art. 29 Cost., all'ambito ristretto della sola cd. "famiglia nucleare", il rapporto nonni-nipoti non può essere ancorato alla convivenza, per essere ritenuto giuridicamente qualificato e rilevante, escludendo automaticamente, nel caso di non sussistenza della stessa, la possibilità per tali congiunti di provare in concreto l'esistenza di rapporti costanti di reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto (da ultimo, Cass. Sez. 3, n. 29332 del 07/12/2017).

Se il cliente contesta la parcella dell’avvocato, quest’ultimo deve provare l’attività svolta

Cass. Civ., sez. II, sentenza 10 marzo 2020, n. 6734 (rel. Bellini)

La parcella dell'avvocato costituisce una dichiarazione unilaterale assistita da una presunzione di veridicità, in quanto l'iscrizione all'albo del professionista è una garanzia della sua personalità; pertanto, le "poste" o "voci" in essa elencate, in mancanza di specifiche contestazioni del cliente, non possono essere disconosciute dal giudice (cfr. Cass. Civ., S.U. n. 14699 del 2010). Tuttavia, nel caso di contestazione, l'attore professionista ha l'onere di provare e determinare le concrete attività effettivamente svolte.
Tali fatti costitutivi, nel caso di professioni intellettuali, devono essere identificati nella prova non soltanto del conferimento dell'incarico, ma anche nella dimostrazione della natura dell'incarico stesso, nella indicazione del valore della controversia e della domanda, nella designazione degli elementi caratterizzanti l'eventuale complessità dell'incarico e dell'opera defensionale, nella prova della durata dell'incarico e in quella delle circostanze di tempo e di luogo del compimento delle singole attività stragiudiziali e giudiziali, nella illustrazione, in definitiva, delle diverse attività di difesa scritte e orali e nella allegazione di eventuali spese anticipate dal professionista che il cliente dovrebbe o avrebbe dovuto rimborsare.
Tutti questi dati e questi elementi di fatto sono indispensabili sia per la prova del fatto costitutivo del diritto al pagamento degli onorari professionali sia per la liquidazione dei diritti e degli onorari.

Revoca del mandato: l’avvocato ha diritto solo alle spese (non anche al mancato guadagno)

Cass. Civ., sez. II, ordinanza 9 gennaio 2020, n. 185 (rel. Casadonte)

In ipotesi revoca del mandato all'avvocato per prestazioni professionali, trattandosi di contratto d'opera professionale, non è applicabile la disposizione dell'art. 1725 cod. civ. sulla revoca del mandato oneroso e, perciò, non è dovuto l'importo preteso dall'avvocato a titolo di lucro cessante, dovendogli riconoscere solo solo l'importo richiesto a titolo di spese anticipate (danno emergente).

Responsabilità da cose in custodia – Condotta imprudente del danneggiato – Nesso causale

Cass. Civ., sez. III, sentenza 27 marzo 2020, n. 7580 (rel. Pellecchia)

Qualora la cosa in custodia che si assume aver cagionato il danno sia di per sé statica e inerte e richieda che l'agire umano, e in particolare quello del danneggiato, si unisca al modo di essere della cosa, per la prova del nesso causale occorre dimostrare che lo stato dei luoghi presenti peculiarità tali da renderne potenzialmente dannosa la normale utilizzazione (buche, ostacoli imprevisti, mancanza di guard-rail, incroci non visibili e non segnalati, ecc.) (Cass. 13 marzo 2013, n. 6306; Cass. 05 febbraio 2013, n. 2660; Cass. 09 dicembre 2009, n. 25772; Cass. 04 novembre 2003, n. 16527).
Tale verifica, rimessa al giudice di merito, deve riguardare tanto la potenziale pericolosità dello stato dei luoghi quanto la condotta eventualmente imprudente del danneggiato, al fine di verificare se quest'ultima sia autonoma, eccezionale, imprevedibile ed inevitabile, e quindi dotata di efficacia causale esclusiva nella produzione dell'evento lesivo.

Assicurazione (obbligazione) plurima

Cass. civ., sez. III, sentenza 28 febbraio 2020, n. 5625 (rel. Fiecconi)

In materia di assicurazione plurima, l'obbligazione è plurima: in base al disposto dell'articolo 1910 del cod. civ., una pluralità di assicurazioni possono essere stipulate per lo stesso interesse, contro lo stesso rischio (o contro gli stessi rischi) e per lo stesso periodo di tempo, con il limite di non poter far comunque ottenere all'assicurato un risarcimento superiore all'entità effettiva del danno patito; le assicurazioni cumulative sono destinate ad operare congiuntamente, e non via sussidiaria o complementare, l'una rispetto all'altra, dato che ciascun assicuratore è tenuto all'indennità fino al limite della somma assicurata e, nel complesso, fino all'ammontare totale del danno, salvo il regresso dell'assicuratore stesso nei confronti degli altri coobbligati (Sez. 3, Sentenza n. 7349 del 13/04/2015;Cass. Sez. 3, Sentenza n. 14962 del 28/06/2006).

Giudicato esterno: rilevabile d’ufficio

Cass. Civ., sez. III, sentenza 28 febbraio 2020, n. 5625 (rel. Fiecconi)

Anche nel giudizio di cassazione, il giudicato esterno è, al pari del giudicato interno, rilevabile d'ufficio, non solo qualora emerga da atti comunque prodotti nel giudizio di merito, ma anche nell'ipotesi in cui il giudicato si sia formato successivamente alla sentenza impugnata; in tal caso, infatti, la produzione del documento che lo attesta non trova ostacolo nel divieto posto dall'art. 372 cod.proc. civ., limitato ai documenti formatisi nel corso del giudizio di merito, ed è, invece, operante qualora la parte invochi l'efficacia di giudicato di una pronuncia anteriore a quella impugnata, che non sia stata prodotta nei precedenti gradi del processo. (Cass. Sez. 2, Ordinanza n. 1534 del 22/01/2018; Cass. Sez. U, Sentenza n. 13916 del 16/06/2006), intervenuta successivamente alla decisione.
Il principio di efficacia del giudicato esterno non può trovare applicazione solo laddove la sentenza passata in giudicato venga invocata al fine di dimostrare l'effettiva sussistenza, o meno, di fatti, poiché, in tal caso, il giudicato ha valenza non già di regola di diritto cui conformarsi bensì solo in relazione a valutazioni di stretto merito ( Cass. Sez. U -, Sentenza n. 2735 del 02/02/2017).

Nuova prova nel giudizio di appello

Cass. Civ., sez. III, sentenza 28 febbraio 2020, n. 5625 (rel. Fiecconi)

Nel giudizio di appello, costituisce "prova nuova indispensabile", ai sensi dell'art. 345, comma 3, cod.proc. civ., nel testo previgente rispetto alla novella di cui al d.l. n. 83 del 2012, conv., con modif., dalla I. n. 134 del 2012, applicabile ratione temporis, quella di per sé idonea ad eliminare ogni possibile incertezza circa la ricostruzione fattuale accolta dalla pronuncia gravata, smentendola o confermandola senza lasciare margini di dubbio oppure provando quel che era rimasto indimostrato o non sufficientemente provato, a prescindere dal rilievo che la parte interessata sia incorsa, per propria negligenza o per altra causa, nelle preclusioni istruttorie del primo grado. (Cass. Civ., Sez. Un., Sentenza n. 10790 del 04/05/2017; cfr. anche Sez. 6 - L, Ordinanza n. 7883 del 20/03/2019; Cass. Sez. 1 -, Ordinanza n. 24164 del 13/10/2017).

Responsabilità da cose in custodia: al convenuto la prova sulla visibilità ed evitabilità dell’insidia

Cass. Civ., sez. III, ordinanza 27 marzo 2020, n. 7578 (rel. Cricenti)

La responsabilità da cose in custodia non richiede che quest'ultima costituisca un'insidia, ossia un pericolo non visibile e prevedibile, attenendo semmai questo aspetto alla evitabilità del danno da parte del danneggiato.
La responsabilità da cose in custodia presuppone soltanto che il danno sia avvenuto per il "dinamismo" di una cosa che era soggetta al controllo del convenuto, spettando a quest'ultimo la prova che il danno era evitabile dal danneggiato usando l'ordinaria diligenza, ossia la prova che la cosa presentasse una insidia visibile ed evitabile dal danneggiato (Cass. 11802/2016; Cass. 12027/2017).