Gli ordini di investimento non devono avere forma scritta

Cass. civ., Sez. VI, ordinanza 28 marzo 2018, n. 7746

L'art. 23 t.u.f., laddove impone la forma scritta, a pena di nullità, per i contratti relativi alla prestazione di servizi di investimento, si riferisce ai contratti quadro, e non ai singoli ordini di investimento che vengano poi impartiti dal cliente all'intermediario (per tutte: Cass. 9 agosto 2017, n. 19759; Cass. 2 agosto 2016, n. 16053; Cass. 29 febbraio 2016, n. 3950). Né è rilevante, [...], quanto prescritto dal Regolamento Consob n. 11522/1998 con riferimento agli ordini telefonici. Infatti, l'art. 60 del detto regolamento, che impone alla banca intermediaria di registrare su nastro magnetico, o altro supporto equivalente, gli ordini inerenti alle negoziazioni in valori mobiliari impartiti telefonicamente dal cliente, costituisce uno strumento atto a garantire agli intermediari, mediante l'oggettivo ed immediato riscontro della volontà manifestata dal cliente, l'esonero da ogni responsabilità quanto all'operazione da compiere, ma non impone, in assenza di specifica previsione, un requisito di forma, sia pure ad probationem, degli ordini suddetti, restando inapplicabile la preclusione di cui all'art. 2725 c.c. (Cass. 15 gennaio 2016, n. 612).

Gestione del portafoglio, riparto dell’onere probatorio

Cass. Civ., Sez. I, ordinanza 20 marzo 2018, n. 6973

a) Nell'ambito del rapporto contrattuale di gestione del portafoglio, non rientra nella nozione normativa d'istruzione vincolante l'ordine di acquisto che comporti una modifica radicale della linea d'investimento stabilita nel programma negoziale preesistente, dovendosi in tale ipotesi applicare le regole imperative relative all'assolvimento degli obblighi informativi così come prescritto dall'art. 21 del d.lgs n. 58 del 1998 e dagli artt. 26,27,28, 29 e 45 del Reg. Consob n. 11522 del 1998.
b) La ripartizione dell'onere della prova stabilita nell'art. 23 del d.lgs n. 58 del 1998 si applica anche all'accertamento della violazione dell'obbligo endocontrattuale relativo alla sussistenza del conflitto d'interessi, essendo sufficiente all'investitore di fornire allegazione specifica della denunciata situazione.

Il nesso causale nella responsabilità dell’intermediario finanziario

Cass. Civ., Sez. VI, ordinanza 20 marzo 2018, n. 6962

In tema di intermediazione finanziaria, nella ipotesi di inosservanza dell'obbligo di informazione attiva, l'esistenza del nesso causale va accertata in concreto, non potendosi escludere che l'investitore, una volta correttamente informato, avrebbe deciso di dar corso ugualmente all'investimento (conf. Cass. 25 ottobre 2017, n. 25335).

Violazione degli obblighi informativi da parte della Banca ed esclusione del concorso di colpa del cliente

Cass. Civ., Sez. I, ordinanza 28 febbraio 2018, n. 4727

L'intermediario che sia rimasto inadempiente agli specifichi obblighi informativi previsti dalla legge non può invocare l'attenuazione della sua responsabilità, ex art. 1227 c.c., per non avere l'investitore condiviso i suggerimenti (nella specie, ad alleggerire la posizione creditoria o ad uscire dall'investimento) da lui ricevuti dopo l'esecuzione dell'ordine di acquisto ed entro il termine di scadenza dell'investimento, atteso che tale condotta non comporta un'esposizione volontaria ad un rischio, né viola una regola di comune prudenza (conf. Cass. n. 17333 del 31/08/2015).

Legittimazione attiva e passiva delle filiali di una Banca

Cass. Civ., Sez. I, ordinanza 26 febbraio 2018, n. 4503

L'attività posta in essere dalle filiali o succursali di una banca, in quanto prive di personalità giuridica, così come indicato nella Direttiva CEE n. 780 del 12 dicembre 1977 ed espressamente ribadito dall'art. 1, lett. e) del d.lgs. 1 settembre 1993, n. 385, deve essere imputata all'istituto di credito di cui costituiscono un'emanazione periferica, non essendo tali stabilimenti sottratti al regime generale delle sedi secondarie delle imprese operanti in forma societaria; ai dirigenti preposti a tali filiali e succursali, peraltro, è, di regola, riconosciuta la qualità di institore, ai sensi dell'art. 2203 cod. civ., dalla quale deriva la loro legittimazione attiva e passiva in giudizio in nome della banca preponente con imputazione a quest'ultima dell'attività giudiziaria da essi svolta (conf. Cass. n. 1365/2016)

La mala fede dell’intermediario non può essere desunta dall’imputabilità dell’inadempimento

Cass. Civ., Sez. I, ordinanza 16 febbraio 2018, n. 3912

In tema di intermediazione finanziaria, allorché sia stata pronunciata la risoluzione del contratto per inadempimento della banca, non può reputarsi in re ipsa la prova della malafede, traendo tale convincimento dalla mera imputabilità ad essa dell'inadempimento che abbia determinato la risoluzione del contratto: pena la vanificazione in nuce del diverso trattamento posto dall'art. 2033 cod. civ., in quanto, pur ove l'azione di ripetizione di indebito venga esercitata in ragione di un inadempimento della parte accipiente, il principio posto dalla norma non soffre eccezione.

Violazione degli obblighi informativi a carico dell’intermediario finanziario e nesso di causalità

Cass. Civ., Sez. I, ordinanza 16 febbraio 2018, n. 3914

Il comportamento dell'intermediario che trascura di onorare scrupolosamente i propri compiti di informazione del cliente si manifesta, in sé stesso, come fattore di «disorientamento» del risparmiatore. Nel disegno normativo del TUF e del Regolamento intermediari, il comportamento in concreto tenuto dall'intermediario in punto di informazione del prodotto viene di per sé assunto come uno dei momenti costitutivi - sul piano strutturale - delle singole decisioni di investimento che vengono assunte dal risparmiatore. La presunzione di sussistenza del nesso di causalità tra omessa informazione e danno patito dall'investitore non esclude, com'è del resto naturale, la possibilità di una prova contraria che provenga dall'intermediario. Una simile prova viene propriamente ad atteggiarsi, più nello specifico, come prova positiva di sopravvenienze che risultino in sé atte a deviare il corso della catena causale emergente dal vigente sistema normativo delineato dalla disciplina di settore.

Revocatoria fallimentare: onere probatorio

Cass. Civ., Sez. VI, ordinanza 30 gennaio 2018, n. 2308

In materia di revocatoria fallimentare delle rimesse di conto corrente bancario dell'imprenditore poi fallito, la banca che eccepisce la natura non solutoria della rimessa, per l'esistenza alla data della stessa di un contratto di apertura di credito, ha l'onere di dimostrarne la stipulazione; tale prova può esser fornita per facta concludentia nel (solo) caso in cui risulti applicabile la deroga al requisito della forma scritta, prevista nelle disposizioni adottate dal Cicr e dalla Banca d'Italia, ai sensi dell'art. 117 del t.u.b., per essere stato tale contratto già previsto e disciplinato da un contratto di conto corrente stipulato per iscritto (cfr. Cass. n. 19941/2006, Cass. n. 14470/2005). Nei rapporti con la procedura concorsuale, sia essa il fallimento sia essa l'amministrazione straordinaria, venendo in considerazione la posizione di soggetto terzo rispetto alla società debitrice, l'onere della prova del contratto deve essere assolto in considerazione delle caratteristiche del titolo di volta in volta richiamato. Nel caso di specie, doveva escludersi la rilevanza probatoria della documentazione prodotta in giudizio, trattandosi di mera corrispondenza tra le parti dal contenuto generico.

Ipoteca e ammissione al passivo fallimentare

Cass. Civ., Sez. I, ordinanza 2 novembre 2017, n. 26058

“L'ammissione al passivo fallimentare di un credito in via ipotecaria non presuppone che il bene oggetto dell'ipoteca sia attualmente presente alla massa fallimentare, non potendosi escludere la sua acquisizione successiva all'attivo fallimentare; ne consegue che è a tal fine sufficiente, in sede di verifica dello stato passivo, l'accertamento dell'esistenza del credito e della correlativa causa di prelazione, dovendosi demandare alla successiva fase del riparto la verifica della sussistenza o meno dei beni stessi (Cass. civ. S.U. n. 16060 del 20 dicembre 2001; Cass. civ. sezione 1 n. 4565 del 27 marzo 2003; Cass. civ. sez. 1, n. 17329 del 18 luglio 2017). L'avente diritto, che vanti iscrizione ipotecaria sul bene stesso, è in grado pertanto di far valere, sin dalla prima domanda di insinuazione, il proprio diritto di credito in via ipotecaria, e non chirografaria - anche se la condizione di efficacia cui è soggetta la garanzia reale (nella specie la definizione del giudizio revocatorio proposto dalla curatela) non si sia, all'epoca della domanda di insinuazione, ancora verificata in senso positivo per il creditore”